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L'ora più buia, ovvero come Oldman e Wright hanno superato la sfida della storia

Candidato a sei premi oscar e vincitore di due, premiato ai Golden Globes e ai Bafta, "L’ora più buia" (il titolo originale è Darkest Hour) si è rivelato un bel thriller politico dalle ottime performance attoriali. Flavio Lo Faro, che lo aveva già potuto ammirare al TFF del 2017, ci racconta per quale ragione "L'ora più buia" sia un film da vedere.

L’ora più buia: nella vita di ognuno di noi la sensazione di vivere un momento del genere l’abbiamo provata almeno una volta. Il tempo pare rallentare, i colori si spengono e tutto attorno sembra schiacciarci, mentre la nostra impotenza si manifesta nella sua forma più vera.

Ma Joe Wright, regista di Darkest Hour, ci racconta un preciso momento della storia britannica e mondiale che manifestamente palesa il divario tra la la nostra esperienza e la portata drammatica di una situazione talmente tanto grande da investire non solo un uomo, ma un'intera nazione. E' una sensazione traducibile nell'equilibrio falsato tra il  peso del tempo che scorre e che al tempo stesso sembra immobile, indifferente alle leggi fisiche del nostro mondo.

La storia ci insegna che Winston Churchill abbia prima detto di no ad un accordo di pace con Hitler e poi, nel corso dei cinque anni di guerra, abbia condotto la Gran Bretagna alla vittoria più importante e più amara della sua storia. Ma nel 1940 tutto sembrava perduto: il Belgio era caduto, la Francia sembrava prossima alla sconfitta e gran parte dell’esercito inglese era circondato a Dunkerque, senza possibilità di fuga. 

È una storia già narrata, basti pensare al più recente Dunkirk di Nolan, e non è il primo film sulla figura di Churchill, basti pensare al Churchill di  Teplitzky uscito nel 2017. Ma Wright prende di petto la sfida, si intrufola nel dramma politico e civile di un paese, rende umano il primo ministro inglese e al tempo stesso, nella sua fragilità, consegna lui e la Gran Bretagna tutta all’Olimpo dei non sconfitti, degli eroi. Ribalta una modalità di celebrazione (anche se non troppo) che circonda con il suo alone l’Europa post bellica: la lotta del bene contro il male acquisisce infatti il volto della lotta per la sopravvivenza.

Wright entra nella politica limitando una certa retorica; si affida ad un cast eccezionale e ad una buona narrazione che scorre leggera e senza scadere nella banalità, ma insistendo, con una fotografia dai colori spenti e incrementata dal plumbeo cielo d’Inghilterra, a non far credere allo spettatore che possa esserci il lieto fine e che nulla possa distogliere la sua attenzioe dal cupo grigio dell’ora più buia, anche quando sappiamo già come andrà a finire. Lo spettatore deve ed è catapultato in quell'epoca; si sente tirato in ballo, vive la pesantezza d'animo provocata dalla paura più feroce e attende che la storia continui, per poter finalmente respirare.

Infine, impossibile esimersi dallo spendere due parole su Gary Oldman: la stampa e la critica lo hanno osannato così tanto che il dubbio sulla sua performance si poteva porre, quasi fosse esagerata la lunga scia di encomi susseguitasi durante questi mesi.

Chi vi scrive può assicurarvi che questo dubbio è totalmente illegittimo: Gary Oldman è Churchill. L’attore londinese riesce a realizzare una delle migliori perfomance degli ultimi anni; si rimane sbalorditi dall’enorme carisma mostrato, tale da riuscire a tenere incollati gli spettatori allo schermo e a reggere e portare sulle proprie spalle quasi tutto il film. Una prestazione che indubbiamente ha meritato l’Oscar quale miglior attore, associabile all’altra statuetta vinta, quella di Miglior trucco. Ma il miglior premio ottenuto dal film e ovviamente dal suo regista è sicuramente l’aver scommesso su un cast eccezionale e sulla forza delle interpretazioni  attoriali, riuscendo a far calare lo spettatore nella vera ora più buia.

Flavio Lo Faro

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Flavio Lo Faro
Author: Flavio Lo FaroEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La mente occulta, il deus ex machina, l'ossatura logistica del "Sindacato Belleville". Jack of all trades, master of none, dopo una vita dedita all’agricoltura si laurea, per caso, in Filosofia. Non è un regista, né uno sceneggiatore, non è un produttore o un critico: accanito lettore di Postalmarket, entra a far parte del Sindacato in virtù del suo acclarato talento nella digestione coatta di accolli più o meno gravi.

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