[TFF35] Pop Aye di Kirsten Tan: il pachidermico viaggio oltre la nebbia della disillusione.

Thana è un architetto e lavora per un importante studio di Bangkok. Una sua vecchia opera, un progetto a cui teneva tanto, sarà demolita. A lavoro la sua posizione viene sempre più estromessa, o almeno così appare, dalle giovani leve dello studio. I problemi coniugali si palesano sempre più quando, cercando un vecchio taccuino, Thana trova un dildo e, tentando un approccio con la moglie, si manifesta il punto di rottura tra i due.

Tre rami, tre problemi che gettano nello sconforto Thana, protagonista di "Pop Aye" di Kirsten Tan, e che lo invitano ad aggrapparsi al passato. L’occasione arriva quando, ritornando a casa in macchina con la moglie, prima ancora della scoperta del sex toy, nota con la coda dell’occhio un elefante, in cui riconosce un vecchio amico pachiderma di infanzia di nome Popeye. Quando tutto va male, quando si arriva al punto in cui ripensare a tutta la propria vita non è più una scelta ma un obbligato resoconto esistenziale, ci si getta nel passato, nel luogo chiamato casa. È un modus umano di agire, una normale operazione che a tutti capita nella vita: dove potevo agire diversamente? Che male ho procurato agli altri, a chi mi sta più vicino con le mie azioni?

Si pensa di poter rimediare e di redimere il passato per redimere sé stessi. Quando Thana comprerà quell’elefante, quando l'architetto raggiungerà il punto di rottura con la moglie, il suo viaggio di redenzione sarà un modo per riappropriarsi della sua vita.  Kirsten Tan, la regista di Pop Aye, ci conduce in questo viaggio necessario per ripensare al nostro passato: camminiamo, con Thana e l’elefante, nelle vie della Thailandia, verso il luogo natale, alla ricerca dell’unico posto che apparentemente è saldo, immutato.

Perché questo è il tema che scorre lungo le immagini di Pop Aye, che si pone come sfondo e come obiettivo: mentre tutto sembra crollare, mentre ciò che si è costruito sembra cedere dinanzi alle cause più disparate, si cerca il pilastro in grado di proteggerci dalle terre oramai mobili a causa del terremoto esistenziale.

Thana e Popeye camminano, tra mille peripezie, lungo le strade thailandesi alla ricerca del primigenio atto di libertà che, dal primo vagito, ci appartiene fino a quando il mondo non diventa la gabbia delle nostre illusioni: come l’animalità, la consapevolezza infantile è composta da immagini ludiche estromesse, nello scivolo della durata dell’esistenza, dall’immorale copresenza del tempo che scorre e a cui non siamo capaci di tener testa. È il viaggio di due elefanti, l’architetto e il pachiderma, verso quella che sembra l’ultima terra, verso il rifugio ultimo dal mondo della vita, che tanto obbedisce alla maledizione dell’instabilità.

Faust, sogno degli uomini, fermò l’attimo sublime, bello, decretando il senso della sua vita e della sua morte: se gli umani fossero in grado di far ciò, forse non esisterebbe il viaggio di ritorno. Saremo come elefanti verso la loro ultima meta; saremo nell'animalità e saremo fortunati forse; ma la strada dell’uomo che lotta contro il destino, quasi mai accetta un solo biglietto d’andata. Mentre l’illusione di redenzione e di ritorno tace, ci accingiamo a ricordare che forse, durante gli anni della nostra vita, qualcosa di duraturo resiste ancora.

Flavio Lo Faro

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La mente occulta, il deus ex machina, l'ossatura logistica del "Sindacato Belleville". Jack of all trades, master of none, dopo una vita dedita all’agricoltura si laurea, per caso, in Filosofia. Non è un regista, né uno sceneggiatore, non è un produttore o un critico: accanito lettore di Postalmarket, entra a far parte del Sindacato in virtù del suo acclarato talento nella digestione coatta di accolli più o meno gravi.

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