In occasione della proiezione che si svolgerà al Cinema Massimo di Torino il 22 Novembre, il Sindacato Belleville propone a voi lettori un breve commento al film.

L’intrusa di Leonardo Di Costanzo si identifica immediatamente come un progetto intimo e realistico in un panorama cinematografico italiano che non di rado si trova a trattare di malavita. La forza eversiva del film trae la propria linfa vitale dal lato marginale in cui la Camorra tocca il narrato in favore di un’indagine più approfondita sui personaggi e sul loro rapporto con un microcosmo.

Maria, giovane moglie del boss Amitrano e madre di due bambini (Rita e un piccolo neonato), chiede asilo a Giovanna, volontaria e donna di saldi principi morali. Quest'ultima le concede ospitalità all’interno de’ La Masseria: centro di accoglienza e volontariato dove i bambini di un quartiere periferico di Napoli si ritrovano nel doposcuola per fuggire alle tentazioni della vita camorristica. Le circostanze si fanno critiche nel momento in cui il boss Amitrano entra di soppiatto all’interno del centro di accoglienza e viene conseguentemente arrestato grazie ad un blitz della polizia. Ha inizio qui il calvario di Maria, additata fin da subito come elemento disturbante della quiete.

Di Costanzo attraverso una macchina da presa concentrata sull’individualità dei personaggi indaga un microcosmo “puro” all’interno del quale il germe malavitoso viene ricacciato senza mezzi termini. Maria, mai accettata da una comunità chiusa in sé stessa, si troverà infatti a ricoprire il ruolo dell’intrusa. La colpa della donna sarà imputata al legame affettivo instaurato con il boss, nonostante questa tenti fin da subito di fuggire il marito. L’impatto della giovane sul narrato non viene mai enfatizzato attraverso gesti reazionari e sopra le righe, bensì veicolato per mezzo di un silente e intimo rifiuto nei confronti di un’avversa condizione domestica.

Sul fronte opposto il dramma emotivo si dipana invece da un approccio decisamente ostile da parte della comunità nei confronti di un elemento esterno al microcosmo sicuro. Maria non verrà infatti mai accettata dagli avventori de’ La Masseria. A partire dalle forze dell’ordine fino all’ambiente scolastico le note di biasimo nei confronti di Giovanna, rea di aver concesso asilo senza riserve alla donna, si estenderanno a macchia d’olio. Quel che si nota è dunque un mondo adulto insensibile alla difficoltà di una famiglia distrutta, uno stesso mondo che si rende giudice nei confronti di una donna estranea al peccato del marito.

Soltanto l’ambiente fanciullesco viene raccontato come momento di socialità inclusiva. L’umanità bambinesca risulta infatti straniante quanto naturale. I giovani avventori de’ La Masseria dimenticano presto la provenienza della piccola Rita (figlia maggiore di Giovanna) che entra infatti a far parte delle quotidiane attività ludico-ricreative senza grandi difficoltà. La bambina, di animo fiero e combattivo, dal canto suo si impone come unico carattere forte in grado di fronteggiare le avversità che la vita le riserva.

La potenza del film si sviluppa dunque nel triplice approccio all’ostilità quotidiana della comunità. Da un lato Giovanna, fermamente intenzionata ad aiutare una famiglia sull’orlo del baratro. Dall’altro Maria, rinchiusa in casa e sola nell’avversità. Infine Rita, bambina dallo spirito ormai adulto capace di far fronte alla vita e di reagire senza riserve alle difficoltà.

Il lavoro proposto da Di Costanzo risulta in definitiva un’ode al realismo. Uno specifico filmico che riesce ad indagare un microcosmo nel quale si ricreano le dinamiche di un Paese. I temi di inclusione e fratellanza vengono raccontati intimamente, privi di enfasi, perfettamente connaturati ai ritmi della vita. L’utilizzo di lunghi momenti di silenzio permette allo spettatore di cogliere lo stato d’animo dei personaggi e di recepire come tuoni nella quiete le sporadiche battute da essi pronunciate.

L’intrusa appare in definitiva come un film in grado di raccontare con straordinaria forza il lato umano ed intimo di un fenomeno estremamente vasto e complesso come la fuga dal “peccato” malavitoso; nonché la consequenziale accettazione di un elemento estraneo e destabilizzante da parte di una piccola comunità.

Giulio Paghi

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Giulio Paghi
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(Grosseto, GR, 1990) Produttore, regista e visionario a tempo determinato. Innamorato del cinema fin dai primi vagiti seppur non corrisposto, studia al DAMS tra Firenze e Bologna, trasferendosi a Torino per arruolarsi tra le fila dell'Impero (che a Torino si chiama Scuola Holden). Ama l'indie-rock, la letteratura e andare in bianco.

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