Affrontare un genere cinematografico come il biopic è sempre un arduo compito. Inoltre, intraprendere un viaggio nel mondo post-adolescenziale di un personaggio come Steven Morrissey (carismatico frontman dei The Smiths) può risultare un’impresa ben più difficoltosa.

Fin dal debutto sulla scena musicale inglese degli anni ’80 infatti, Morrissey si è contraddistinto per un umorismo sfacciato e ipercritico nei confronti della cultura di massa. L’indole irriverente si è rapidamente imposta come marchio di fabbrica ed elemento fascinatorio per un pubblico entusiasta, ed England is mine (2017) si propone proprio come progetto cinematografico atto ad indagare il mondo introspettivo di uno tra i personaggi più amati e discussi della scena indie-rock inglese.

 

Il giovane Steven Morrissey, interpretato da Jack Lowden, si presenta come un ragazzo con un solo obiettivo nella vita: “sfondare”. Il dramma emotivo risiede tuttavia nelle difficoltà intrinseche ad un carattere altalenante, introverso e, al tempo stesso, sfrontato. Si nota infatti la sicurezza del ragazzo di fronte agli ambiti culturali (musica, letteratura, arte, ecc.) ma una sostanziale insicurezza per quanto riguarda le relazioni umane, tuttavia, pur con un bagaglio tanto corposo di spunti e possibilità, si può constatare come il regista Mark Gill strutturi i 94’ del proprio girato in un impasse narrativo privo di reali emozioni, di momenti  davvero empatici. La ricerca disperata di una via di fuga dalla Manchester dei primi anni ’80 coinvolge Morrissey nelle situazioni più disparate, la volontà di successo prevarica le reali possibilità - basti pensare che il ragazzo abbandona senza remore il proprio lavoro presso l’Ufficio delle Entrate di Manchester appena dopo il primo concerto. Il registro adottato si struttura intorno ad estenuanti momenti di silenzio e di tentata analisi di un animo mai realmente compreso. Animo che non si prende mai lo spazio necessario all’interno del narrato risultando come grande potenziale inespresso. I tentativi di immersione nel mondo di Morrissey appaiono blandi e le stesse influenze musicali che porteranno alla formazione del cantante sono a malapena menzionate.

I rapporti umani cercano di accaparrarsi uno spazio importante all’interno del film, non mostrando tuttavia la cruda verità dei fatti. La stessa controversa relazione (mai realmente definita) tra la giovane artista Linder e Morrissey non riesce ad appassionare. Così ci si trova al cospetto di un film con sovrabbondanza di momenti da commedia leggera e irreali situazioni drammatiche. Persino l’ultima caduta nella depressione per il mancato successo risulta straniante e difficile da accogliere a livello empatico. L’indagine emotiva sul personaggio è uno dei terreni più complessi da percorrere per un cineasta. England is mine risulta infatti un prodotto audace, tuttavia il risultato finale si traduce in un insuccesso emotivo e stilistico: una grande occasione sfuggita alle mani degli addetti ai lavori.

 

Giulio Paghi

 

 

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Giulio Paghi
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(Grosseto, GR, 1990) Produttore, regista e visionario a tempo determinato. Innamorato del cinema fin dai primi vagiti seppur non corrisposto, studia al DAMS tra Firenze e Bologna, trasferendosi a Torino per arruolarsi tra le fila dell'Impero (che a Torino si chiama Scuola Holden). Ama l'indie-rock, la letteratura e andare in bianco.

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