Aronofsky: scandalo a Venezia!

 

Una narrazione oscura, a tratti incomprensibile, un'opera che ha diviso il pubblico di Venezia e continua a far parlare di sé rivista dalla penna e dallo sguardo critico di Giulio Paghi: di quella volta che hollywood incontrò una inedita rilettura contemporanea dei vangeli cristiani.

Un cast d’eccezione (J. Lawrence, J. Bardem, M. Pfeiffer, E. Harris), un regista dallo stile maniacale, un prodotto apparentemente thriller/horror non sono sufficienti per preparare lo spettatore allo spettacolo di Madre!, ultimo lavoro di Darren Aronofsky. In anteprima alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di VeneziaMadre! è il film che più ha fatto parlare di sé in questa edizione del Festival: parte del pubblico si è indignata, qualcuno ha fischiato rumorosamente, alcune tra le testate cinematografiche più importanti si sono scagliate in modo violento contro regista e opera; nonostante ciò, l’ottava fatica di Aronofsky è oggi ben radicata nell’immaginario di chi ha avuto il “coraggio” di ammirarla.

Il regista newyorkese compie infatti un lavoro interessante sull’impasse narrativo. Una storia troppo facilmente etichettata come “incomprensibile” e vuota ruota attorno ad un binomio famigliare: uno scrittore in crisi creativa e una moglie devota, impegnata nella ricostruzione di una casa isolata in campagna, vedono sconvolta la quotidianità del rapporto a causa dell’intrusione di alcuni sconosciuti.

Dopo un prologo incendiario che mostra una casa incenerita dalle fiamme, la macchina da presa si concentra sul solitario risveglio di Jennifer Lawrence. A partire da questo momento la giostra narrativa prende il via. Lo spettatore si trova presto coinvolto in un dramma dalla simbologia biblica nel quale la “divinità” (J. Bardem),  impersonata dallo scrittore in crisi artistica, accoglie all’interno della propria dimora la lussuriosa ed immorale coppia formata da Ed Harris e Michelle Pfeiffer. La disperazione della moglie (J. Lawrence), dovuta alla forzata convivenza con i nuovi arrivati, è palese fin da subito. Un climax ascendente conduce presto i personaggi verso un sanguinoso dramma che obbliga gli inquilini, e il pubblico in sala, a rapportarsi con la violenza insita nella natura umana. La discesa all’inferno è a malapena iniziata. Da questo momento il film pare correre di nuovo su toni pacati: lo scrittore ritrova il proprio estro creativo, la moglie aspetta un bambino e l’amore tra i due protagonisti sboccia sereno. Tuttavia, nel momento in cui l’ultima opera letteraria dell’uomo viene terminata nuovamente imperversa il caos.

Ciò che Aronofsky sembra in questo caso suggerire è un approccio alla parabola biblica che vede lo scrittore come unico Dio e oggetto di devozione, la giovane moglie come devota e incompresa Madonna e il resto della popolazione mondiale come causa della degenerazione dell’individuo e della sacralità. La violenza che si dipana a partire dalla seconda metà del film è disturbante. Il regista pone lo spettatore di fronte alla barbarie del divismo e dell’adulazione. La canonica narrazione hollywoodiana che tratta una storia da un punto A ad un punto B viene totalmente raggirata in una costruzione drammaturgica circolare. Ciò che la maestria tecnica di Aronofsky mette in scena è puro voyeurismo: lo spettatore rimane incollato di fronte ad un’esplosione di violenza e sangue che raggiunge il punto più infimo, o forse più alto, nel puro cannibalismo. L’amore per la divinità degenera, si eclissa di fronte alla tangibilità di un prodotto carnale. La nascita del bambino viene intesa come nuova figura cristologica e divorata dal peccatore comune (come avviene durante la catechesi con “il corpo di Cristo”).

Da tutti questi elementi si evince quindi la complessità di un prodotto ricco di simbologia ma ben orchestrato. La macchina da presa non traballa, le scene corali e violente sono girate con perizia tecnica degna dei migliori lavori e l’esperienza sonora veicola lo stomaco ormai attorcigliato del pubblico in sala verso una catarsi finale che vede la narrazione ritornare al punto zero. Ciò che Aronofsky compie è quindi un lavoro disturbante ma non per questo privo di dignità. La violenza e la forza emotiva di questa narrazione riesce a sconvolgere il pubblico in sala e a trasmettere emozioni. La discesa agli inferi conduce infatti l’uomo nel punto più basso della propria natura per poi farlo uscire  di nuovo a riveder le stelle.

 

Giulio Paghi

 

Informazioni sull'autore
Giulio Paghi
Author: Giulio PaghiEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
(Grosseto, GR, 1990) Produttore, regista e visionario a tempo determinato. Innamorato del cinema fin dai primi vagiti seppur non corrisposto, studia al DAMS tra Firenze e Bologna, trasferendosi a Torino per arruolarsi tra le fila dell'Impero (che a Torino si chiama Scuola Holden). Ama l'indie-rock, la letteratura e andare in bianco.

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