Shirley Clarke - Ornette: Made in America

© Reading Bloom

Ci sono movimenti artistici che nella storia saranno sempre accostati, quasi meccanicamente, ai propri creatori o artisti di punta: per la Pop Art Andy Wahrol, per il Bepop Charlie Parker, per il Neorealismo Roberto Rossellini, per citarne alcuni. Sempre in ambito jazz, Charlie Parker aveva portato l’espressività e la carica rivoluzionaria del bepop a livelli finora sconosciuti facendo così diventare il jazz un fenomeno di massa.

La carica rivoluzionaria dei vari Coltrane, Davis, Parker però si era col tempo affievolita rendendo la musica nera per eccellenza un’arte bianca da salotto. A stravolgere nuovamente le carte in tavola arriverà un trentenne originario di Forth Worth, Ornette Coleman, che con Free Jazz del 1960 darà il via a quello stile avanguardistico di pensare e fare il jazz che prende il nome da quell’album. Un anno più tardi una regista quarantaduenne insieme ad altri filmmaker statunitensi, sotto la guida di Jonas Mekas, scriverà un altro manifesto artistico che darà il via alla rivoluzione del New American Cinema. La regista è Shirley Clarke, autrice tra gli altri di The Connection e Portrait of Jason, e figura di spicco del cinema indipendente americano. L’incontro tra il jazzista e la filmmaker darà vita a quello che è uno dei modelli per il cinema documentario di sperimentazione. Ornette: Made in America, prodotto nel 1984, è il risultato di questo incredibile incontro tra questi due, iconoclasti, artisti.

A un primo sguardo si nota subito come Ornette segua uno sviluppo del tutto libero rispetto alle logiche narrative del documentario biografico. Grazie all’uso di immagini d’archivio e sequenze di finzione, una tra tutte quella di Ornette bambino, il film di Shirley Clarke si dispiega per tutti i suoi settantasette minuti in modo libero e selvaggio, nell’accezione migliore del termine. Attraverso l’unicità della libertà espressiva della filmmaker, è restituito allo spettatore un ritratto del più libero tra i jazzisti che dà ragione della stessa essenza della sua arte. Ornette in tal senso rispecchia nella sua struttura e nella composizione delle immagini l’anima stessa del free jazz. La descrizione del free jazz e del film di Shirley Clarke paiono così coincidere: frammentazione e irregolarità del ritmo e della metrica, intensità e liricità dai contorni quasi orgiastici e liberatori, assoluta libertà nell’uso di forme e schemi. Una mimesi perfetta tra soggetto e rappresentazione. Per farlo Shirley Clarke sviluppa lo strumento essenziale proprio alla sua forma artistica: il montaggio. Attraverso un turbinio di immagini assemblate (si veda la sequenza del concerto nella serra) e inserti animati o d’archivio all’interno della stessa immagine, quello che noi vediamo come risultato finale è un’ode al montaggio e alla sua capacità di creazione di nuovi significati. Celebrando l’arte di Ornette Coleman, Shirley Clarke finisce anche per celebrare l’arte cinematografica e le sue potenzialità, ritrovabili solo nella libera creazione di immagini non ingabbiate da logiche narrative stringenti.  

Oltre alle considerazioni formali, Ornette è al contempo un concerto e la storia di una vita: storia che segue e si intreccia con quella dell’America di Coleman, delle prime conquiste dello spazio e delle marce per Martin Luther King, della controcultura della East Coast e dei “suburbs” neri di metà Novecento. Tutto in un andirivieni temporale libero da logiche meramente esplicative che sa ridare allo spettatore non solo il ritratto di un grande artista ma anche l’affresco di un paese ormai distante.

Jonas Mekas, nel manifesto dei New American Cinema Group, scriveva: “Non vogliamo film mistificatori, persuasivi, ma grezzi e malfatti, purché vitali. Siamo contro il cinema roseo, siamo per il cinema rosso sangue...”. Dichiarazione d’intenti migliore per inquadrare Ornette. Made in America e lo stesso Ornette Coleman non si potrebbe dare. Cinema vitale rosso sangue, musica vitale rosso sangue. 

 

Alessandro Del Re

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Alessandro Del Re
Author: Alessandro Del ReEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Regista, sceneggiatore, critico e occasionalmente cameriere. Si laurea in Filosofia con una tesi sulle semantiche del montaggio. Fonda con Salvo Ricceri e Jacopo Tarantini il collettivo di critica e promozione cinematografica "Sindacato Belleville" e l'omonima rivista web. Veneto lunatico e beone, per lo più nomade, pare essersi momentaneamente arrestato a Torino. Ama Cassavetes, Bela Tarr e flirtare male.

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